17 Ott 2020

Polizze vita multiramo, meglio perderle che trovarle

Il tasso di risparmio delle famiglie italiane è cresciuto dal 10% al 16% a causa del Covid. In parte è dovuto ad un atteggiamento prudenziale per il futuro in momenti di incertezza come quelli attuali, ma anche dalle minori occasioni di consumo a causa del lockdown.

In questo contesto si moltiplicano le offerte di prodotti finanziari e in particolare le polizze multiramo. Sono polizze ibride che investono in parte in gestioni separate con un profilo di investimento più conservativo e in parte in fondi di investimento diversificati.

Nel 2020 in questi prodotti sono confluiti circa 20 miliardi di euro e la motivazione è molto semplice, basta farsi un giro per banche e reti di promotori per verificare che questo prodotto è quasi sempre inserito nella lista dei consigli per gli acquisti.

Come si può vedere dalla tabella i fondi assicurativi hanno rendimenti molto diversi fra loro, si passa da un +45,46% di un fondo settoriale della compagnia Darta (collocato da Allianz) ad un -44,17% ad un altro fondo azionario con esposizione geografica definita che per pura combinazione gestito sempre dalla stessa compagnia.

A tutti sarebbe piaciuto aver investito sul miglior fondo, il problema è poterlo sapere in anticipo ma il dono di prevedere il futuro non è di questo mondo. Proprio per questo le polizze multiramo al proprio interno diversificano su un paniere molto diversificato di fondi, quindi ciò che conta veramente è il dato medio.

Come si può vedere dalla tabella, il ritorno medio negli ultimi 12 mesi è stato negativo per tutti i comparti, con perdite che arrivano ad oltre il 4% su un paniere di 4212 fondi di 75 compagnie assicurative.

Ma l’aspetto più importante è che a queste performance vanno aggiunti i caricamenti, ovvero i costi assicurativi di gestione, collocamento e distribuzione della polizza che variano anche di molto a seconda del tempo di permanenza del risparmiatore nell’investimento. Tali percentuali sono diverse da prodotto a prodotto con valori di costo generalmente compresi tra il 2% e il 6% all’anno.  (Tali percentuali sono rilevabili nel KID (Key Information Document) ovvero il documento sintetico dove è possibile rilevare le informazioni chiave per dare la possibilità all’investitore di avere una visione più chiara).

Se andiamo a sommare le performance negative alle voci di costo, il conto della serva è presto fatto: risultati di gestione che possono arrivare a consolidare una perdita anche del 10% in un solo anno. Mentre le compagnie hanno in ogni caso portato a casa un margine provvigionale decisamente elevato.

Purtroppo per disinvestire da questi prodotti in molti casi bisogna sostenere costosi tunnel di uscita che disincentivano il cliente a liquidare la propria posizione. Ma se si fanno i conti tra commissioni di rimborso ed oneri di gestione ci si rende conto che quasi sempre è meglio liquidare immediatamente il prodotto e allocare i propri risparmi su strumenti decisamente meno costosi, più flessibili e più efficienti.

Il mio suggerimento è sempre lo stesso, affidarsi ad un consulente di fiducia ma che non sia pagato da una compagnia assicurativa o dalla banca collocatrice del prodotto. Perché il consiglio potrebbe non essere così disinteressato e di conseguenza costare molto caro.

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