7 Mar 2021

Certificati di investimento, per amore dei clienti o degli intermediari?

Oltre 3,5 miliardi di euro è la cifra dei certificati intermediati nel 2020 dalle reti di vendita di prodotti finanziari. Una crescita esponenziale soprattutto in relazione agli appena 64 milioni di euro collocati appena 4 anni fa.

Vediamo insieme di analizzare i dati contenuti nell’articolo de Il sole 24 Ore del 6 marzo ’21.

Cosa è un certificato di investimento? Si tratta di uno strumento finanziario derivato che consente di investire su qualsiasi mercato, azione, obbligazione o un insieme di titoli o indici. In sostanza è un contenitore quotato sul mercato che può avere anche complessità elevate.

Dall’analisi effettuata nell’articolo, uno dei principali driver è il prolungato contesto di tassi bassi sulle obbligazioni e quindi la ricerca di un’alternativa alla parte conservativa del portafoglio.

Ma se il comparto obbligazionario rende zero e il certificato in qualità di contenitore delle medesime obbligazioni, come fa ad avere rendimenti superiori? La risposta è molto semplice: NON PUÒ!

Anzi, se al certificato vengono applicati costi di emissione aggiuntivi a favore della banca dell’ordine del 3-4%, il rendimento non potrà che essere nettamente inferiore. È del tutto evidente che per rendere più appetibile un emissione che eroga dei flussi cedolari, viene aggiunto del rischio di cui in molti casi il cliente non è consapevole.

A mio avviso, è proprio a causa della scarsa conoscenza del prodotto che i risparmiatori si ritrovano pieni di certificati di investimento, senza avere l’esatta percezione del livello di rischio. Inoltre con le periodiche  emissioni di certificates, questi vengono aggiunti al portafoglio senza nessuna coerenza con gli investimenti già in essere.

La normativa MIFID prevede che se il risparmiatore non ha esperienza su un prodotto di investimento, giustamente questi non può essere raccomandato dal vostro intermediario. Quando si effettua un investimento bisogna avere chiare le regole del gioco. Altrimenti correte il rischio di perdere soldi senza nemmeno aver capito il perché.

Avete dei certificati di investimento nel vostro portafoglio titoli? Allora verificate se conoscete le principali  caratteristiche:

  • Cash collect
  • Airbag
  • Twin win
  • Strike
  • Trigger
  • Butterfly
  • Open End
  • Turbo
  • Discount
  • Bonus Certicates
  • Autocallable
  • Athena
  • Recovcery Certicates
  • Barriera
  • Effetto memoria
  • Sottostante
  • Leva
  • Mini Future Certificates
  • Phoenix
  • Lock-in coupon
  • Flexi Konck-in

 

Siete in difficoltà? Forse sarebbe stato meglio non investire in questi prodotti. Tuttavia se lo avete fatto anche senza conoscerne le caratteristiche, sicuramente la banca si sarà messa al riparo facendo firmare il modulo “execution only” ovvero come un acquisto effettuato su scelta del cliente e non come un consiglio della banca.

Ma allora perché le banche spingono questi prodotti? Il motivo è molto semplice, come già detto per ogni nuova emissione le banche caricano costi del 3-4% su un prodotto che ha mediamente una vita molto breve, da 1 a 3 anni.

Ma è indispensabile investire in certificates?

Assolutamente no! Tutte le strategie di investimento possono essere replicate con strumenti di più facile comprensione come ad esempio l’acquisto diretto dei titoli o degli ETF.

E’ utile investire in certificates?

Se avete delle minus fiscali generate dalla vendita di titoli in perdita ma che oramai sono prossime alla scadenza, alcuni certificates possono essere utili a non perdere il credito fiscale consentendo all’investitore di poterlo rinnovare per ulteriori 4 anni. In questo caso è conveniente acquistare Certificates già emessi, in quanto tutte le commissioni saranno già scontate dal primo sottoscrittore e la quotazione sul mercato rappresenta il reale valore del prodotto strutturato.

certificati di investimento

Articolo de Il Sole 24 Ore del 06/03/2021

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