A fine anno, puntualI come sempre, arrivano le previsioni delle grandi case di investimento. Report eleganti, grafici sofisticati, scenari ben argomentati su dove sarà lo S&P 500 nel 2026: La media di nove grandi gestori internazionali interpellati dal Finacial Times stima l’indice a 7.500 punti con una crescita del 10% dagli attuali valori, c’è chi lo vede molto più in alto grazie all’AI e alla produttività, chi più prudente per via dei tassi, del debito pubblico o delle tensioni geopolitiche. Numeri diversi, storie diverse, una sola costante: la sicurezza con cui vengono presentate.
Eppure, se c’è una lezione che la storia dei mercati ci ha insegnato con brutalità, è che le previsioni funzionano molto meglio ex post che ex ante. Non perché manchino le competenze – al contrario – ma perché i mercati non sono un esercizio di algebra: sono un sistema complesso, adattivo, dominato dall’imprevisto.
Basta guardarsi indietro: quante volte negli ultimi decenni le attese “più probabili” sono state puntualmente smentite dai fatti?
Negli ultimi 25 anni abbiamo attraversato la bolla dot-com, l’11 settembre, la crisi finanziaria globale del 2008, la crisi del debito europeo, una pandemia mondiale, guerre alle porte dell’Europa, la fiammata inflattiva più violenta dagli anni ’70. Nessuna di queste era nelle previsioni. Eppure, i mercati globali nel loro insieme, hanno continuato a crescere, a premiare il capitale paziente, a punire l’emotività.
Mi viene spesso in mente la storia di un consulente finanziario svizzero che ha attraversato esattamente questo arco temporale. Nel 1999 svincolatosi dal proprio gruppo bancario di appartenenza ha aperto il proprio studio professionale per seguire famiglie imprenditoriali con capitali dai 3.000.000 ai 15.000.000 di franchi svizzeri spesso concentrati in liquidità e obbligazioni domestiche. Le richieste della clientela erano sempre le medesime: protezione del capitale. Tuttavia, la risposta del consulente svizzero era contro intuitiva. “se vuoi proteggere veramente il capitale devi investire almeno il 50 % in azioni di tutto il mondo”!
La sua “ricetta” era disarmante nella sua semplicità:
- diversificazione globale
- disciplina
- costi bassi
- nessuna scommessa
- nessun tentativo di anticipare il mercato
Quando i portafogli scendevano del 20%, del 30%, la domanda dei clienti era sempre la stessa: “Cosa facciamo ora?”
La risposta anche: “Nulla di straordinario. Continuiamo.”
Perché il rischio non si gestisce nel mezzo della tempesta, si definisce prima.
A distanza di decenni, i numeri raccontano una verità scomoda ma potente: la gran parte della crescita patrimoniale non è arrivata da brillanti intuizioni, bensì dal tempo, dalla coerenza, dal rimanere investiti mentre tutto invitava a fare il contrario. Non immobilismo, ma metodo. E nel frattempo? La clientela ha triplicato il capitale.
Ed è qui che voglio arrivare.
In Travagli Financial non lavoriamo per indovinare cosa farà il mercato nel 2026, né dove sarà l’S&P 500 tra dodici mesi. Non perché non ci interessi lo scenario macro – ci interessa eccome – ma perché costruire un patrimonio solido non è un concorso di previsioni.
Il nostro obiettivo è diverso, e volutamente più ambizioso:
👉 costruire i prossimi 20 anni, non il prossimo anno.
Questo significa progettare portafogli che possano attraversare crisi, euforie, errori umani e imprevisti storici. Significa accettare che la volatilità non è il nemico, ma il prezzo da pagare per rendimenti reali nel tempo. Significa capire che la vera prudenza non è stare fermi, ma restare coerenti.
So che è un messaggio meno affascinante di una previsione “forte”.
Ma è un messaggio che funziona.
Con questo spirito chiudiamo l’anno: senza promesse irrealistiche, senza illusioni su rendimenti certi, ma con una strategia pensata per durare. I mercati faranno ciò che hanno sempre fatto: sorprenderci.
Noi continueremo a fare ciò che sappiamo fare meglio: gestire il rischio, proteggere il patrimonio e lasciare che il tempo lavori a vostro favore.
Buon 2026,
Travagli Financial






